Le olimpiadi di Parigi (2024) Segnano la fine della parodia
del progresso. L’anti-carnevale borghese woke è travolto dalla reazione
popolare. Esce di scena un’intera generazione di intellettuali, ma mancano
quelli di riserva.
Nel 2023 la Scala aveva aperto con il «Don Carlo» di Giuseppe Verdi, un dramma che esplora i conflitti tra dovere pubblico e passione privata, è affidato alla regia di Lluís Pasqual, particolarmente sensibile, per storia personale, ai rapporti con il potere. Si parla di un potere alla Foucault, destoricizzato e avulso dalle dinamiche di classe, una categoria “comoda” dello stare a sinistra (dagli anni 90 in poi) senza dare fastidio al potere (di classe) vero.
Le Olimpiadi sono ad agosto,
molto difficile che la scelta per la prima scaligera di dicembre non siano già
state fatte, tuttavia arriva «La forza del destino» che, come si capisce anche
dal titolo ci parla di un’ineluttabilità determinata da una forza superiore. La
regia, di un asso della ri-scrittura come Leo Muscato, assieme alla scenografia
di Federica Parolini, si concentra sul tema della guerra. La guerra, in
effetti, c’è, ma solo nel III atto, in compenso la Russia ha già invaso l’Ucraina.
Infine, nel 2025, arriva la «Lady
Macbeth del distretto di Mcensk» di Dmitrij Šostakovič, scelta relativamente coraggiosa,
perché il musicista è, pur sempre, Russo – quindi da mettere in quarantena – ma
anche da annoverare tra le eterne briscole della dissidenza, per i guai che gli
procurò proprio questa Lady Macbeth, che a Stalin non piaceva.
Il tema è quello dell’oppressione patriarcale, ma il patriarca era proprio Stalin, ieri, e oggi Putin. Infatti il regista Vasily Barkhatov si è pubblicamente espresso contro la guerra. La sua regia, che tende di norma a contemporaneizzare, questa volta sembra evocare scenari da anni '30.
C’è stata una certa genialità a
utilizzare autore, regista (e costumista) russi in funzione anti-russa, ma la
questione – al di là delle miserie della cronaca politica – è quella di
individuare il nascere di una nuova estetica, che dal dramma anni ’70 del «personale
che è politico» di Don Carlo – il cui estremo lascito è il baccanale olimpico
parigino – attraverso la guerra, approda al dramma, anni ’30 del politico che
diventa tragedia personale, in cui i toni carnevaleschi trasmutano nelle fosche
tinte di un Götterdämmerung, che – infatti – vediamo in scena, alla Scala in
questi giorni.
Senz’altro è un po’ forzoso
vedere nelle prime della Scala, che sono contingentate da molte questioni
pratiche, il delinearsi di una nuova estetica, forse è solo il nostro angolo di
lettura a essere determinato dai concreti tempi storici, ma vediamo che al
Festival di Venezia del 2023, il Leone d’oro è toccato a «Povere creature!» di Yorgos
Lanthimos, film che mescola Frankenstein con «Jeanne Dielman, 23 quai du
Commerce, 1080 Bruxelles» (1975) di Chantal Akerman, rimanendo nell’orizzonte
di wokismo grottesco della cerimonia di apertura dei giochi olimpici e nella
dimensione del personale-politico; mentre nel 2024 tocca a «La stanza accanto»
di Pedro Almodóvar. Questo film sembra accarezzare la tematica di cronaca del
fine vita, ma come non vedere che in esso aleggi una forza del destino, nella quale – come in quella di Verdi – l’episodio
secondario della guerra assume una funzione primaria? Nel 2025 ha vinto «Father
Mother Sister Brother» di Jim Jarmusch, cioè un reportage minimalista su mistero irrisolto dei rapporti famigliari,
in definitiva le stesse tensioni relazionali e conflitti di potere in ambito
domestico della Lady Macbeth di Šostakovič, e cioè ciò che abbiamo definito un
capovolgimento dal «personale che è politico» nel «politico che diventa
personale», ovvero una torsione in senso emozionale della politica.
Il terzo tempo è, quindi, la
generalizzazione del vecchio tema esistenzialista dell’angoscia che, per una
dialettica dell’individualismo, si fa ansia collettiva, che prelude a quella
che Ernesto De Martino chiamava apocalisse
culturale.
Lo schema che sembra presentarsi
sarebbe, dunque: personale politico, cioè carnevale – intermezzo fatalista in
salsa bellica – politico personale, cioè apocalisse.
Lo schema che sembra presentarsi
sarebbe, dunque: personale/politico, cioè carnevale – intermezzo fatalista in
salsa bellica – politico/personale, cioè apocalisse.
Il Premio Strega non sembra
confermare. Nel 2023, infatti, ha vinto «Come d'aria» di Ada D'Adamo, che
sembra anticipare il tema della forza del
destino, in uno scenario di guerra quotidiana e personale.
Non c’è una corrispondenza
perfetta, ma questo si può spiegare sia per il livello della nostra
letteratura, che – prescindendo dalla qualità letteraria – non ha incisività popolare, infatti i premi Strega di oggi vendono meno della metà del vincitore
del 1959 (Tomasi di Lampedusa), sia per il fatto che il premio è assegnato a un
romanzo tra il primo marzo dell’anno precedente e il 28 febbraio dell’anno in
corso, e quindi c’è una discrepanza che andrebbe calcolata.
Per tornare da dove abbiamo cominciato,
la stagione lirica parigina del 2023 è stata inaugurata dal «Don Giovanni» di
Mozart, dove la dimensione intima delle arie (Là ci darem la mano) duellla con quella corale – e di riprovazione
sociale – del finale (Il Commendatore),
riproducendo il conflitto tra pubblico e privato del «Don Carlo». Nel 2024 la
stagione si è aperta con il «Faust» di Gounod, in cui Mefistofele agisce come
strumento di una logica inevitabile, in cui non è impossibile ravvisare una forza del destino, mentre le scene
corali alludono a tensioni sociali, che sono il corrispettivo civile della
guerra. Nella stagione del 2026, il fatto nuovo è la ripresa dell’«Aida»
verdiana, un affresco delle tensioni emotive individuali di Aida, Radamès e
Amneris, intrecciate con il destino del gruppo sociale, che preludono l’apocalisse
culturale.
Lo schema è rispettato anche al Metropolitan di New York, in cui la stagione lirica del 2023 si è aperta con «Dead Man Walking» di Jake Heggie, in cui – analogamente al «Don Giovanni» - la stessa struttura musicale esprime conflitto costante tra esperienza interiore e giudizio pubblico. Segue, nel 2024, «Grounded» di Jeanine Tesori, in cui la forza condizionante esterna è diventata la tecnologia, che avvera le più tragiche predizioni di Heidegger. Infine, nel 2025, la stagione si è aperta con «The Amazing Adventures of Kavalier & Clay» del compositore Mason Bates. Sullo sfondo, la tragedia degli ebrei europei del XX secolo e le modalità di reintegrazione sociale di chi è ormai travolto dalla fine del proprio mondo culturale.
Questo è l’aspetto sincronico,
diacronicamente il copione è rispettato.
La stagione lirica scaligera fu inaugurata, il
26 dicembre 1926 dal «Falstaff» di Giuseppe Verdi, in cui il contrasto tragico
tra pubblico e privato del «Don Giovanni» vira in chiave comica; il 26 dicembre
1937 va in scena il «Mefistofele» di Arrigo Boito – perfettamente analogo al «Faust»
di Gounod. A Santo Stefano del 1938 fu rappresentato il «Macbeth» di Giuseppe
Verdi, corrispettivo maschile della Lady di Šostakovič.
Nell’opera mondo simbolico, morale e sociale crolla, generando ansia, violenza e perdita di punti di riferimento. La sovversione dei principi morali e la rottura della gerarchia legittima rappresentano una frattura totale del tessuto sociale che si riflette nella disintegrazione della vita privata, cui corrisponde instabilità collettiva. Ancora una volta, l’inversione del vettore personale-politico apre la strada all’apocalisse, che infatti cominciò all’inizio dell’estate successiva.
Lo schema è dunque chiaro, finito
il Carnevale comincia la Quaresima: la contraddizione tra personale e politico,
attraverso l’agnizione di un destino incorniciato in uno scenario di guerra,
inverte l’ordine dei fattori e galoppa verso l’apocalisse.
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